UMANAMENTE CURANDO

 

Ogni volta che si sente parlare di umanizzazione della medicina viene da chiedersi come siamo arrivati ad averne bisogno.

Viviamo nell’epoca della medicina più efficace della storia per capacità diagnostica e terapeutica, che però impone al destinatario delle sue cure il costo gravoso della spersonalizzazione e della disumanità istituzionale.

Da sempre il campo del sapere medico è attraversato da dispute, rivendicazioni di legittimità e ortodossia, e anatemi contro gli approcci diversi. Per difendere il proprio territorio e distanziarsi da altre pratiche terapeutiche eternamente in odore di ciarlataneria, la medicina si è posta sotto il rassicurante ombrello epistemologico della scienza cercando, nel pensiero forte del nostro tempo, l’autorevolezza e il sigillo dell’oggettività. Così facendo, tuttavia, ha progressivamente perso interesse per il soggetto a cui si rivolge. Ha oggettivato il corpo a discapito della persona e ha trasformato i luoghi di cura in ambienti paradossalmente privi di pietas, dove le persone sono considerate per la loro biologia mentre i gesti e le parole di affetto o di conforto sono affidati all’infermiere o al medico capace di violare il rigido paradigma biomedicale che ingabbia la struttura ospedaliera e la stessa medicina.

Al di là delle carenze finanziarie e organizzative, senza dubbio rilevanti, c’è una questione di formazione e di concezione del ruolo del professionista sanitario.

Bisogna ripartire da quella medicina centrata sulla relazione di cui parlava Michael Balint, lo psicoanalista che settant’anni fa individuava nel medico “il farmaco più usato in medicina” ed esplorava quella che chiamava la sua “funzione apostolica”, dove parole, silenzi e gesti condizionano il vissuto del paziente nel contesto della malattia. Se però il medico è un agente terapeutico e non un operatore neutro, è necessario fare luce su questo aspetto della sua professione, così da renderlo “capace di esercitare un controllo cosciente”.

La funzione apostolica di Balint ci dice che il modo in cui si parla della malattia influisce su come la viviamo. Mantenere la malattia in un orizzonte di senso, invece che considerarla uno sfregio alla perfezione della macchina umana, ne determina la percezione, la capacità di accettarla e di conviverci per chiunque vi si confronti e ne faccia l’esperienza, che sia un operatore sanitario, un paziente o quelli che ci siamo abituati a chiamare caregiver e che molto spesso sono un genitore, un coniuge o un figlio.

Il 25 maggio, ai Chiostri dell’Umanitaria di Milano, parleremo di tutto ciò insieme a Iole Colombini, Federica Menaldo, Lucia Notarangelo e Andrea Buzzi.